I cellulari hanno fregato Superman

I cellulari hanno fregato Superman

Su Paperinik sono state scritte cose calunniose che è d’uopo qui rettificare. L’accusa più infamante è che sarebbe stupido da parte sua credere che gli altri credano che lui sia davvero un supereroe con tanto di identità segreta e non lo sfigato che è realmente. Ciò per via della famigerata mascherina. Ma come fanno a non accorgersi, a Paperopoli, che Paperino e Paperinik sono la stessa persona? Questo dubbio amletico in realtà nasconde un abisso gnoseologico, anzi no ontologico, e ancora di più. Un abisso così abissoso che per ora lo spostiamo e lo mettiamo da parte: ce ne occuperemo nelle prossime strisce.
Ma, per restare coi piedi per terra: e Superman, dove lo mettete Superman? No, dico, se a Paperopoli sono ciechi, a Metropolis come li dobbiamo chiamare? Clark Kent manco se le mette le occhiaie per dissimulare un minimo la sua supereroità kriptonica, e se capita, se il pericolo è di quelli davvero pericolosi, si scamicia in pubblico lasciando vedere a bella posta la sua maglia della salute blu con l’ineffabile logo.
Non ci prova nemmeno a camuffarsi dentro una cabina telefonica.
Che poi anche quella della cabina telefonica è una chicca mica da poco. Trasparente, angusta, oggi anche inesistente (i cellulari hanno fregato definitivamente Superman): il massimo per un supereroe che voglia mantenere l’identità segreta.
Quindi se Paperino è un illuso Clark Kent è un allocco.

Oppure la loro fama di tordi è così radicata nel pubblico paperopolmetropolese che neanche l’evidenza convince il suddetto pubblico. Del tipo: Paperino è un goffo
palmipede sfortunato e perdigiorno e anche se assomiglia una cifra a Paperinik non può essere lui.
Che è più o meno quello che nel Dialogo sopra i massimi sistemi scritto da Galileo, Simplicio dice a Sagredo e Salviati vedendo coi suoi occhi il sistema nervoso dipanarsi dal cervello e non dal cuore durante un’autopsia:

Però, fa, che bella cosa mi avete mostrato!, e se non fosse che Aristotele scrive il contrario, e cioè che i nervi si dipartono dal cuore, io crederei a quello che vedo.

Pier Giuseppe Cavalli

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“Helios” (olio su tela 120×80) 2016 Pier Giuseppe Cavalli – Collezione Privata

 

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