A letto dopo Carosello

A letto dopo Carosello

Carosello era il limite oltre al quale si estendeva la regione ignota dei programmi degli adulti. Ma non nel senso di trasmissioni osé, perché il massimo che vedevi erano le gambe nude delle ballerine di Studio 1 o Canzonissima, o il film del lunedì sul Primo. Il tubo catodico, dopo gli spot pubblicitari di Carosello, per i bambini diventava radioattivo, era come la testa di Medusa.
C’erano due canali.
In basso a destra, ogni tanto, compariva un triangolino bianco per segnalare che nell’altra rete iniziava una nuova trasmissione. Allora ci si alzava e si andava a schiacciare il pulsante.
Niente telecomando.
Un mio amico con la gamba ingessata ne inventò uno usando la stampella, che da utensile manuale si fece strumento tecnologico.
Come le scimmie che per fare uno spuntino raccolgono uno stecco e lo infilano nel formicaio tirandolo fuori pieno di formiche. Fuori stecco, dentro canna da pesca.
L’uomo è un artista del trasformismo. Anche il carosello, che nasceva per vendere i prodotti del boom, diventò fenomeno di costume con i suoi sketch, i tormentoni, le storie imbastite da attori di fama e scritte da sceneggiatori a volte geniali. C’erano Walter Chiari, Carlo D’Apporto, Ernesto Calindri, i pupazzi del Lavazza, la gloriosa Linea di L’Agostina: si faceva commercio e nello stesso tempo si plasmavano le menti.
Si faceva l’Italia.

Al di là delle facili critiche contro una società consumistica, anche oggi lo spazio dove trovi qualcosa di nuovo a livello di comunicazione è ancora la pubblicità. Specie se si considera la stragrande maggioranza delle attuali trasmissioni, unite dalla trovata delirante che sia l’uomo comune il protagonista della finzione televisiva. Inquilini ringhianti, mariti in fuga da donne baffute, analisti creativi, creativi da psicanalizzare, trans, idraulici pentiti, ragionieri, commesse, pavvucchievi, architette, camionisti, estetiste, tutti con una storia da raccontare, tutte con un forum da tenere rigorosamente in pubblico.
Per cui viene da fare zapping non per saltare gli spot ma per cercarli.

Pier Giuseppe Cavalli

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