Super kitsch

Super kitsch

Negli anni Settanta non c’erano solo i pantaloni a zampa di elefante, le camice con i colletti alti e inamidati, le cravatte romboidali.
Non c’erano soltanto i borselli e gli stivaletti col tacco per uomini, le pettinature gonfiate dal fon, e minigonne fino alle mutandine.
O i volanti delle macchine rivestiti in pelo, i cuscini della squadra preferita sul ripiano del baule insieme a giganteschi bruchi e altri peluche.
Il terrorismo.
I filmetti spinti con Alvaro Vitali, la Fenech e Gloria Guida.
C’erano anche le mosche posacenere.
Si trattava di orrende mutazioni similgiapponesi frutto di designer colpiti da gozzilliche radiazioni, che dopo notti da incubo avevano partorito l’idea che una mosca gigante potesse alzare il cofano e accogliere cenere e mozziconi, come nel film di Cronemberg dal romanzo di Burroughs, Il pasto nudo.
È lì che una macchina da scrivere si trasforma in scarafaggio.
Solo che in quel caso si voleva evocare l’angoscia di un mondo parallelo, l’ansia da prestazione di uno scrittore in crisi, qui con la mosca posacenere lo scopo era fare dell’esotismo accattivante, un oggetto strano ma di tendenza con cui ornare interni borghesi proiettati in un futuro alla portata di tutti.
Almeno Guido Gozzano, che pure amava i frutti di marmo dentro le campane di vetro, i centrini e le bambole troneggianti sui letti rifatti, avrebbe detto che si trattava di buone cose di pessimo gusto.

Pier Giuseppe Cavalli

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Rocket in a yellow space (2013 Pier Giuseppe Cavalli)

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