L’arte di arrangiarsi

L’arte di arrangiarsi

Gli effetti speciali di una volta erano clamorosi e inversamente proporzionali al budget: nel senso che meno soldi si aveva più bisognava sforzarsi per avere un risultato all’altezza.
Mario Bava in Terrore nello Spazio si inventa un’astronave arenata da eoni in un pianeta paludoso servendosi di vecchi tubi dell’acqua. Nei film di fantascienza in generale si spara con un phon, con la maniglia di un idrante. Finiti i soldi, Orson Wells fa girare una scena di Otello in sauna per non dover vestire gli attori.
Le pellicole si emulsionano, si colorano, si arrostiscono per un effetto fumè. Gli attori indossano scatole di sardine appiattite al posto di armature. Formiche, ragni e ignari peluche vengono trasformati in mostri da bizzarre angolature della macchina da presa. Tazze giganti simulano la stessa messa a fuoco a profondità di campo diverse.
Lampadine accese dentro bicchieri di latte (Hichcock: Il Sospetto – 1941).
Freesbee volanti non identificati sfrecciano in cielo, e Dario Argento dopo essersi spaccato la testa per trovare il rumore adatto per una testa spaccata fa cadere un’anguria dalla scala e registra il botto.
I trovarobe sono i nuovi geni della settima arte.
Duchamp col ready made aveva scombussolato il mondo artistico piazzando una ruota di bicicletta su un piedistallo, a dimostrazione che in una realtà soffocata dalla merce un qualsiasi oggetto può prendere il posto di un altro e non cambia niente.
Ecco perché ci fotografiamo coi telefonini.
E già da qualche tempo stampiamo oggetti veri con fotocopiatrici.
3D ovviamente.

Pier Giuseppe Cavalli

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Esperimento Bianco – olio su tela 50×60 – 2013 – Pier Giuseppe Cavalli

 

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