L’unico folletto buono è quello a rate

L’unico folletto buono è quello a rate

Antonio Albanese a Radio Dj dice che stare a Sanremo (il festival) è come essere nel bar di Guerre stellari.
Il paragone rende l’idea, nel senso che ti figuri alieni con proboscidi, tentacoli, doppie teste, tripli nasi, musica trippata e qualche cacciatore di taglie che guarda te e poi una foto segnaletica. Pardon un ologramma.
La società si fa spettacolo.
E invitare a boicottarla perché costa troppo, vuol dire non aver capito su che barca stiamo, che ovviamente si chiama Titanic.
Anche lì, si ricorderà, l’orchestra suonò fino al gong dell’ultimo round. Poi si spalancò l’abisso.

E suonati lo siamo anche noi, ma come pugili rincretiniti dalle botte, perché anche adesso, ossia un secondo prima di precipitare, ci mettiamo in guardia mentre l’incontro è già finito e quelli delle pulizie stanno raccogliendo le cartacce.
L’Amazzonia è ridotta a una barriera antirumore lungo l’autostrada, i raccolti di cereali (ottenuti incendiando foreste) nutrono mandrie steroideee i cui gas surriscaldano il pianeta, il cibo che ci ingozziamo fa venire il cancro solo a guardarlo, l’aria che respiriamo farebbe schifo a una puzzola costipata, i mari marciscono intorno a isole di plastica grandi come l’Australia.
Altro che bar con gli alieni, questo è un cimitero di alienati.

Raccontava Leopardi che in futuro folletti e gnomi litigheranno su chi debba comandare sulla Terra, visto che l’uomo non solo sarà scomparso ma di lui non si saprà neanche che è esistito.
Meglio per loro, perché se ci fosse ancora li sterminerebbe facendo il verso a un vecchio e orrido adagio amerikano che l’unico indiano buono è quello morto, trasmutandola in l’unico folletto buono è quello a rate.

Pier Giuseppe Cavalli

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Space Wars 40×40 olio su tela 2014 Pier Giuseppe Cavalli

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