La zappa sui piedi

La zappa sui piedi

A un certo punto gli indiani al cinema sono diventati buoni. Prima, a parte casi eccezionali del tipo Rock Hudson con piume e mascara, erano dei veri diavoli, salvo cadere al primo sparo del soldato o cow boy di turno. Ombre Rosse insegnano.
Poi sono arrivati gli anni Sessanta e la contestazione giovanile, la controcultura che stava dalla parte dei perdenti. Ecco allora che Arthur Penn trasforma Dustin Hoffmann nel Piccolo Grande Uomo, un trovatello alla Dickens cresciuto da un capo indiano umano (nel senso di comprensivo).
Oppure Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, dove gli indiani più che buoni sono uguali alla loro controparte pallida. E Il texano dagli occhi di ghiaccio di Clint Eastwood, dove si vede anche un senso dell’umorismo inglese, anzi anglo-cheyenne. Rari i pellerossa nei western di Clint, che aveva fatto tesoro in Italia con Sergio Leone, il quale non avrebbe mai truccato qualcuno per farlo diventare indiano. Neanche un messicano.
Realismo singolare quello del regista romano, che in altri casi era capace di far spaccare un filo di canapa con una fucilata ad anni luce di distanza.
Comunque, che i nativi americani fossero persone e non bersagli se ne era accorto anche il loro più acerrimo nemico, John Ford, che nel remake del Grande Sentiero (Cheyenne Autumn) ne aveva mostrato l’ingiustizia subita.
Niente a che vedere comunque con Balla coi lupi: qui l’altra visione del far-west trionfa. Non solo gli indiani sono le vittime sacrificali della cultura bianca, ma i soldati blu fanno una figura meschina, anzi repellente.
La cultura indigena però l’aveva già mostrata Richard Sarafian in Un uomo chiamato cavallo, torture comprese. E più recentemente, il film Rapa Nui, dove non ci sono pellerossa, ci descrive un’Isola di Pasqua ancora in tutto il suo fulgore, senza uomini bianchi nel raggio di mille miglia. Isola di Pasqua il cui ecosistema sarà disintegrato dagli stessi nativi per trasportare i famosi Moai, le teste-statue che tanto hanno stimolato i creativi a caccia di ufo e Atlantide per spiegarne il trasporto.
Niente raggi antigravitazionali o formule magiche, ma un sistema di tronchi rullanti, come ha spiegato Jared Diamond nel suo saggio Collasso (come ti rovino il pianeta).
Foresta tagliata, stupida statua innalzata.
E l’autogenocidio è servito.
Quando si tratta di darsi la zappa sui piedi tutto il mondo è paese.

Pier Giuseppe Cavalli

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Il seme nella terra – olio su tela 40×40 – 2014 – Pier Giuseppe Cavalli

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