Katastrofilm

Katastrofilm

I film catastrofici andavano per la maggiore negli anni Settanta. Anche senza effetti digitali, pareva davvero che i terremoti fossero terremoti, e che gli aerei cadessero come pere. La trama non era un granché, partiva l’aereo, succedeva un imprevisto, cominciava a cadere l’aereo (Aiport). La gente si godeva la vita, arrivava un super sciame di api, la gente veniva punta (Swarm).
Oppure cadeva un meteorite (Meteor).
Allora entrava in azione la star di turno e risolveva la faccenda. Mica nomi da poco: c’era 007 (Sean Connery), c’era Rock Hudson, c’era perfino Ben Hur (Charlton Heston).
Poi i soliti anni Ottanta hanno fatto pulizia mettendo la cenere radioattiva sotto il tappeto. L’economia tirava cavalcata da Reagan, che da mediocre attore di serie B era diventato politico di serie A. Sempre mediocre, ma proprio quello che ci voleva per quegli anni senza pellerossa da combattere. Difatti il rosso comunista si era parecchio sbiadito con la cura Gorbaciov, e dall’altra parte i cinesi continuavano a dormire facendo orecchie da mercante alla profezia napoleonica.
Nella moda dominavano le tinte pastello e le spalline, nella musica avanzavano sintetizzatori, l’elettronica inventava l’obsolescenza programmata.
Volevi un lettore compact disk, un forno a microonde, una cyclette? Duravano niente. A una gara di resistenza una
puntina di grammofono avrebbe surclassato il laser, un forno a gas si sarebbe bevuto tutte le microonde del quartiere e una bicicletta avrebbe fatto il quadruplo dei chilometri della cugina dusciampizzata.
Si stava entrando nell’Era postmoderna, l’epoca in cui tutto può essere sostituito.
I seni, i capelli, i denti, gli elettrodomestici, perfino il nonno.
Di lì a poco si sarebbe entrati nel Duemila, dove tutto deve essere sostituito.
È quella che Zygmunth Baumann chiama l’epoca liquida, in cui si vive in una realtà intercambiabile, la famosa notte dove tutte le vacche sono nere.

Pier Giuseppe Cavalli

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Un foglio di giornale ondeggiava nel bolo rovente di sabbia e sterpi … Nel Nuovo Messico, così come nel resto degli Stati Uniti d’America o a Giacarta, non c’era più nessun posto dove atterrare. Così il foglio si posò dov’era partito … qualcuno si chinò a raccoglierlo. “Albuquerque Post, marzo 2029. Prima della catastrofe” disse una voce femminile, piegandolo e mettendoselo in tasca. “C’è nessuno? Nessuno …

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